venerdì 13 gennaio 2012

Oggetica


Con quest'improbabile neologismo, vorrei indicare l'etica oggettiva.
Sembra che gli argomenti etici siano comunemente accettati come soggettivi e dunque sempre opinabili, non certi. Non sono in pieno accordo con quest'asserzione e vorrei confutare la sua generalizzazione indiscriminata.
Vanno premesse alcune considerazioni.
La metaetica analitica si propone un intento simile al mio, ma credo disattenda l'obiettivo per errori di valutazione nelle sue basi; non ho approfondito l'argomento perché già i presupposti nascondono (a me sembrano palesi, ma visto che ne deriva un'intera scuola di pensiero, per molti devono essere occulti) difetti, fondamenta di una struttura instabile, destinata a crollare: nei “Principia ethica” di Moore si afferma che il bene è atomico; premetto che non sono affatto d'accordo, e si fa inoltre un esempio di termine atomico a mio avviso insulso, cioè si prende ad esempio il colore rosso, e si sostiene che il rosso in sé è atomico in quanto dato di base che deriva dall'esperienza, e che non si può definirlo a chi non lo veda; già questo non ha senso, in quanto il rosso è perfettamente definibile (è un determinato riflesso della luce), ma se s'intendesse il rosso come effetto visivo (e chiaro che se si volesse fare un discorso analitico, le cose andrebbero esposte di conseguenza...) è definibile come immagine mentale derivante dall'impressione oculare del suddetto riflesso (ora la spiegazione neurologica non è necessaria); insomma, anche un banale esempio mi sembra estremamente instabile, figuriamoci quando si affronta un concetto come il bene, che è assai più complesso; altro che atomico, è un concetto, detto così, estremamente vago, e per quanto lo si possa circostanziare, sarebbe comunque relativo (un bene per un soggetto potrebbe non esserlo per un altro, come un bene per una società potrebbe non esserlo per un'altra o per la natura, e il discorso può procedere). In breve, dalle mie (superficiali, ma perché non ho trovato nulla che abbia valutato che ne valesse la pena di approfondire) ricerche su filosofia analitica, positivismo logico, strutturalismo e post-strutturalismo, pragmatismo, semiotica, assiologia, etc., non è uscito nulla che si riconducesse a ciò che vorrei qui esporre, se non talvolta negli intenti (il circolo di Vienna aveva questo proposito, ma i risultati si discostano dai miei).
Una premessa che ritengo doverosa, di carattere generale, per me autoevidente, ma i fatti storici mi smentiscono (insomma a me sembra ovvio, ma non è così per il pensiero passato e corrente), è che la conoscenza certa ci viene fornita dalla logica coerente. A sua volta questa premessa necessita di varie considerazioni: sappiamo che nel sistema numerico decimale 1+1=2, sempre e comunque; notare che specifico “nel sistema numerico decimale”, perché ad esempio nel sistema binario 1+1=10 (che poi vale 2 in decimale), ma volevo sottolineare l'importanza della completa correttezza formale per non incappare in errori, talvolta evidenti, ma a volte subdoli: se io avessi detto semplicemente che 1+1=10, si sarebbe ritenuto scorretto, e questo perché non era esplicito che stavo ragionando in binario; dunque alcune puntualizzazioni, apparentemente pignole, sono necessarie per sviluppare un corretto flusso logico, soprattutto in un terreno, quello dove mi muoverò, dove non sono state codificate logiche formali coerenti, almeno che mi risulti, altrimenti non credo proprio che ci troveremmo nella situazione attuale. Un'ulteriore considerazione in merito ai sistemi logici formali è sul loro valore assoluto-relativo (un ossimoro?), mi spiego meglio: salvo errori logici (o anche semiologici, i quali li ricondurrei comunque ad errori logico-formali) un teorema deve stabilirsi su assiomi atomici, e relativamente ad essi il loro valore è assoluto, e da qui la mia poco digeribile definizione di relativo assolutismo, in parole povere, tutto sarà relativo a basi predefinite, ma in relazione ad esse il loro valore sarà assoluto. Tanto per fare un'introduzione concettuale, un classico esempio di sistema logico formale è la geometria euclidea (che si basa su 5 assiomi), e nonostante i suoi limiti (indecidibilità di alcuni teoremi) ci ha fornito importanti strumenti per la corretta comprensione della realtà. Un buon sistema logico formale, perché sia applicabile ad un ampio spettro della realtà, deve basarsi su assiomi (tra loro coerenti, ovviamente) il più possibile elementari, altrimenti in sé potrebbe contenere qualcosa in contrasto con la realtà stessa; sarà mia cura infatti incentrare buona parte dell'indagine sull'individuazione di un insieme di assiomi tra loro coerenti e più “atomici” possibili; lo sviluppo dei teoremi per il momento è secondario, e mi limiterò ad abbozzarlo: il proposito del post è talmente ambizioso e vasto che non mi illudo, non dico di esaurirlo (posto che sia possibile, cosa altamente improbabile), ma, come di consueto, gettare le basi per lanciare uno sviluppo, suggerire una direzione; tra l'altro anche l'individuazione stessa degli assiomi non sarà esaustiva, e anche questa avrà come obiettivo quello di suggerire un indirizzo, un metodo, più che un'implementazione definitiva (sarò ambizioso, forse anche presuntuoso, ma non fino a questo punto).
Preciso che l'intento del discorso sarebbe quello di rendere un'utilità pratica all'etica, di suggerire un metodo sistematico di analisi che ne consenta l'applicazione negli ambiti di competenza, cioè nelle regole di comportamento sociale dettate ad oggi dalla politica, subordinate ad oggi fondamentalmente alle regole economiche (ieri lo erano rispetto alla religione e/o ai sovrani).
Detto ciò posso passare ad addentrarmi nel merito del discorso.
Per poter individuare dei postulati “sani” bisogna individuare gli elementi fondanti ai quali protendere; si potrebbe dire: il fine al quale protendere è la felicità individuale, oppure la costituzione di una società dove complessivamente vi sia un bilancio di benessere il più positivo possibile (notare che le due ipotesi sono in conflitto tra loro, mentre nella prima è centrale l'individuo, nella seconda lo è la società), o ancora, la preservazione della vita nella terra (anche questa in contrasto con le precedenti in quanto il benessere di una società, almeno nel lungo termine potrebbe avere contrasti con la preservazione biologica), e le ipotesi di base potrebbero essere svariate. Invece di enumerare le varie possibili ipotesi, passo a quella che riterrei migliore, e che si ricollega al post sul “senso della vita”, cioè, in senso astratto, l'agevolazione dell'evoluzione in strutture di materia ed energia sempre più stabili e complesse; come si evince anche dai commenti al suddetto post, il ruolo della vita è fondamentale, ed in particolare quello dell'uomo (inteso come specie, non nell'accezione sessista ovviamente); non pongo come postulato lo sviluppo umano poiché è necessario che questo sia subordinato ad un presupposto più ampio, altrimenti si incapperebbero strade che ne detterebbero un percorso in facile conflitto con il principio base che mi pongo, tanto per fare un esempio, se un domani (molto remoto), un'altra forma biologica si rivelasse più adeguata, l'uomo dovrebbe farsi da parte, e questo non avverrebbe se lo si ponesse al centro del discorso. Vediamo come questo postulato non escluda lo sviluppo individuale e sociale (oltre che evidentemente quello biologico in genere), ma crei solo una gerarchia di rapporti tra questi, e ne crei rapporti di forza variabili a seconda dello stato del sistema in esame: nelle forme biologiche meno evolute è preponderante lo sviluppo individuale (quasi totalitario) e via via la componente sociale prende il sopravvento; premetto che a dispetto delle apparenze, siamo in una fase dove lo sviluppo individuale umano è ancora molto importante, perché siamo ben lontani dall'aver raggiunto il nostro sviluppo ideale; purtuttavia senza una seria considerazione dell'importanza sociale si mette in pericolo un sano sviluppo complessivo: l'individualismo sfrenato porta a danni sul bilancio globale (benefici all'individuo che danneggiano l'intero sistema); essendo l'individuo parte del sistema, un suo beneficio dev'essere rapportato agli effetti sistemici, in prospettiva; si può fare un esempio estremo e lampante: poniamo che mr. X sia il più ganzo del globo (e il più egoista, il che è una contraddizione, ma prendiamolo a titolo di esempio), se ne avesse l'occasione, eliminare tutti gli altri per accaparrarsi tutte le risorse potrebbe portargli forse qualche beneficio individuale, ma il servizio reso allo sviluppo sarebbe pessimo; sono partito da un esempio estremamente banale tanto per evidenziare una dinamica, passiamo ora all'estremo opposto, rimanendo volutamente sempre nel campo dell'assurdo; portiamo alle estreme conseguenze la primazia di una società paritaria sull'individuo, un totale asservimento dell'individuo a questo modello di società, contestualizzato all'epoca attuale, è facile constatare come freni lo sviluppo individuale (i meccanismi della selezione darwiniana sarebbero repressi), e non sarebbe funzionale ad uno sviluppo in prospettiva della società stessa. Per certi versi il primo esempio assomiglia ad un liberalismo capitalistico sfrenato, il secondo ad un comunismo totalitario. Questi modelli non sono assurdi in sé, ma se contestualizzati ad esempio all'uomo odierno; infatti l'individualismo sfrenato è proprio dello stadio iniziale dello sviluppo di una specie, in quanto è importante che emergano i soggetti che si rivelano più adeguati alla sopravvivenza (e la specie non ha sviluppato mezzi perché si avveri l'assurda situazione ipotizzata); il secondo modello penso sia attuabile in un ipotetico futuro dove l'uomo abbia compiuto il suo percorso evolutivo, abbia in pratica raggiunto i limiti intrinsechi alla propria natura, e sia dunque pronto alla costituzione di un organismo che li contenga. Traendo una prima conclusione, considerando come punto di partenza l'uomo (errore ricorrente e difficile da sradicare a quanto pare) si arriverà in ogni caso a teorie inadeguate; partendo invece da basi più “atomiche” si può tener conto dello sviluppo umano, che è variabile nel tempo e richiede dunque assetti variabili a seconda dello stadio di sviluppo; a costo di ripetermi, mi ripeto, mi ripeto: credo che in partenza sia opportuna una primazia dell'individuo, e che si instauri un progressivo sopravvento della società sull'individuo. Noi ci troviamo in una fase intermedia: dobbiamo perfezionare la specie, ma sarebbe inopportuno non dare un adeguato peso al suo ruolo sociale.
Il passaggio dal postulato di base all'applicazione in casi reali è molto articolato e complesso, e richiede un grande lavoro analitico, rigoroso, per non arrivare per esempio ad una semplicistica eugenetica, o in genere a rigidi meccanismi sociali ai quali non corrisponde un'altrettanto rigorosa indagine formale. Prima che sia applicabile alla realtà suddetta analisi abbisogna di un ingente sviluppo che colmi la totale carenza odierna, che ci lascia in balia di meccanismi approssimativi e selvaggi. Credo che le migliori menti di cui disponiamo si dovrebbero impegnare in tal senso, in quanto ad oggi sono impegnate in uno sviluppo di elementi troppo avanzati per la società stessa: stiamo mettendo in mano ad un bambino strumenti da adulti, e parlo dello sviluppo scientifico e tecnologico, che viene impiegato dai nostri barbari governanti in campo anzitutto militare. Lo sviluppo della tecnica deve essere commisurato, proporzionato, allo sviluppo sociale, perché se da un lato agevola alcune funzioni di utilità comune, dall'altro rischia di creare conoscenze inadeguate alla responsabilità, alla coscienza, con la quale verrebbero impiegate; le avanguardie intellettuali penso che dovrebbero curare quest'aspetto, in cui abbiamo un ritardo che sta diventando inaccettabile. E se poi Sparta raderà al suolo Atene, sappiate che sarà una vittoria momentanea, perché la storia insegna che sarà Atene a perdurare nel tempo (in pratica la cultura sopravviverà alla forza militare) anche se è chiaro che questa nefasta eventualità va tenuta sotto controllo onde prevenire almeno le più aberranti conseguenze.

1 commento:

  1. mi commento da solo... rileggo oggi il post, rilevo quanto scrivere di getto sia un modo per stendere un flusso di pensieri (sparsi) più che una pretesa di fare un discorso compiuto: il titolo del post, e il discorso iniziale, si perdono completamente nella fase finale, dove dispenso i miei "saggi consigli", ma dimentico il fulcro del discorso. Certo che, a posteriori, trovo un po' ambizioso affrontare un argomento del genere in poche righe, infatti disattendo l'obiettivo; non mi propongo qui di riprenderle, altrimenti più che commentarmi correggerei il post; mi piacerebbe avere tempo per farlo ma (per esempio) ora e' mezzanotte e non ho ancora cenato, insomma non ho tempo. Scrivo solo per chieder scusa all'improbabile lettore, mi rendo conto io stesso di essere talvolta inconsistente e superficiale, un po' come questo stesso commento, che chiudo sbrigativamente, perche' ho fame. Buonappetito

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