venerdì 19 novembre 2010

Riforma carceraria: da scuola di crimine a recupero sociale

 Sono scosso da una recente esperienza che mi ha sollecitato la stesura del presente post: ho visto da molto vicino la condizione carceraria e ciò mi impone la pubblicazione del mio pensiero in merito nella speranza che venga in qualche modo ascoltato dalle istituzioni preposte alla sua gestione.
 E' opportuno partire da una cosiderazione sulla situazione attuale per evidenziarne i limiti al fine di proporne una soluzione; ad oggi colui il quale commette un reato finisce in una struttura degradante dove il recupero è apparentemente (e a mio avviso sostanzialmente) l'ultimo dei propositi; anzitutto il fatto di essere messi insieme a soli criminali ha la funzione di consolidare e far evolvere la coscienza criminale del soggetto che vi finisce, dato che i principali interlocutori sono di tale estrazione; inoltre le condizioni in cui vengono posti aumenta il disagio e di conseguenza alimenta la parte peggiore dell'individuo, costretto, anche quando non predisposto per natura, a tirare fuori il peggio di sè per sopravvivere in una selezione verso il basso; le guardie carcerarie, in virtù di una formazione evidentemente insensibile al recupero del detenuto, non aiutano certo il recupero auspicato da una coscienza di buon senso. Attualmente chi entra in carcere ha alte probabilità di aumentare la propria inclinazione criminale sia perché "formato" all'interno del carcere, sia perché una volta uscito il reinserimento nella vita sociale legale è compromesso dalla macchia indelebile del proprio passato. Va premesso che è importante il recupero tanto quanto la funzione punitiva alla quale assolve la pena; va sottolineato inoltre che la pena andrebbe commisurata al danno sociale inflitto dal crimine commesso: anche questo concetto mi pare talvolta trascurato dalle norme attuali. Rivedrei dunque sotto questa luce le misure coercitive con le quali esercitare deterrenza, recupero, ed introdurre anche un recupero sotto l'aspetto del danno sociale inflitto col crimine commesso. E' opportuno iniziare con una rivalutazione delle pene di modo da commisurarle, come anticipato, al danno sociale inflitto; ritengo poi che la formula ideale (o per lo meno che migliorerebbe di molto la forma attuale) consisterebbe nel sostituire l'attuale detenzione con l'obbligo di lavorare per ripagare ampiamente ai danni inflitti alla società col proprio crimine; ne gioverebbe la società e chi ha commesso il crimine, che sarebbe poi naturalmente reintrodotto nella legalità nel momento in cui finisse di pagare per il proprio reato.

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