mercoledì 28 dicembre 2011

IL SENSO DELLA VITA (E DELLA MORTE)

Risposte alle massime domande insolute

 

Le attuali ingannevoli risposte: le religioni

Da millenni l'umanità si interroga sui perché connessi alla nostra esistenza, e sul termine della stessa, ovvero sulla morte. Le risposte a questi quesiti sono state finora fornite dalle religioni, una varietà di sistemi ciascuno con la pretesa della propria verità immutabile, tra di loro contraddittorie ma con punti fondamentali in comune: tutte propongono (anche se vorrebbero imporre) una condotta esistenziale volta al compiacimento di dettami voluti da un’entità superiore (un Dio o più) verso la quale anzitutto bisognerebbe avere una fede aprioristica: questo è necessario poiché le risposte che le religioni si propongono di dare in realtà sono errate, non dimostrabili, e dunque il credente deve prenderle per buone a scatola chiusa; addirittura il tentativo di volerle comprendere a fondo, di metterle in discussione, è spesso bollato come sacrilego poiché si metterebbe in discussione il divino dogma; questo implica un freno alla reale comprensione della realtà rappresentando un grave limite alla nostra consapevolezza ed è in definitiva in contrasto con il vero senso della nostra esistenza, vedremo poi il perché (non si vuole qui far intendere che il fine ultimo della vita sia l’acquisizione della consapevolezza, l’espansione della coscienza, anche se queste comunque rappresentano un indispensabile mezzo per protendere al fine ultimo); un altro importante punto in comune tra le religioni è quello di imporre un modello di comportamento sociale (dell’individuo nei confronti degli altri) che si propone, se pur goffamente, di costituire una linea di condotta che permetta una buona convivenza e quindi una piacevole esistenza complessiva; questa è stata la funzione delle religioni fino ad oggi, ovvero non essendoci di fatto risposte ai nostri attuali massimi interrogativi, dalle cui risposte appunto derivano alcuni fondamentali comportamenti umani che regolano la vita sociale, si sono “abbozzate” delle risposte derivanti da alcune intuizioni, o talvolta da vere e proprie prese di coscienza, dalle quali derivano leggi che rappresentano infine un’approssimazione, e anche una semplificazione che mascheri talune complessità altrimenti difficilmente inculcabili nelle masse, di ciò che si era concepito come modello comportamentale.
Un errore comune alle religioni è poi quello di avere un orientamento rispetto all’uomo piuttosto autoreferenziale, omocentrico, mentre i quesiti che si propone di risolvere implicano la comprensione del funzionamento dell’universo nel suo insieme; le religioni invece invertono l’effettivo rapporto tra l’uomo e l’universo, pensando che l’universo sia in funzione dell’uomo e non viceversa; parlando della religione cattolica, a questo proposito avevano posto l’uomo, oltre che “spiritualmente”, anche fisicamente al centro di esso, e quando l’avanguardia dell’umanità ha dimostrato che non era affatto vero, dapprima han messo al rogo chi non abiurava (Giordano Bruno) a tale infrazione dei dogmi costituiti, poi, quando non si poteva più negare la verità, con una relativa disinvoltura si è adeguata alla realtà delle cose. Un altro elemento di questo omocentrismo è l’attribuzione all’uomo (e solo ad esso) di un’anima (alle donne è stata concessa da appena mezzo millennio), dunque l’uomo sarebbe l’unica creatura verso la quale tutto ruota (a questo punto solo spiritualmente). Da quanto argomenterò sarà chiaro che tutto ciò ci allontana dai propositi di cui si vorrebbe far portavoce la religione.

Incapsulamento ricorsivo

Enunciato:
Lo scopo dell’universo (uomo compreso) è quello di organizzare materia ed energia in forme di equilibrio più complesse che incapsulino ricorsivamente forme più elementari.
Dimostrazione:
L’umanità è una specie biologica presente da un tempo relativamente breve nell’universo; anche la vita stessa (almeno sulla terra) è piuttosto recente, se comparata all’età dell’universo; dunque, lungi dall’incappare nell’errore proprio delle religioni che l’uomo sia l’entità alla quale guardare per comprendere le domande che mi propongo di rispondere, e consapevole che anche la vita stessa non può rispondersi da sé alle questioni qui poste in quanto sarebbe un teorema indecidibile all’interno del sistema formale “vita” (tantomeno “uomo”), è necessario volgere lo sguardo verso orizzonti più ampi; al contempo non è necessario conoscere tutto l’universo per comprenderne il funzionamento, come non è necessario, ad esempio, eseguire tutte le (infinite) somme tra numeri per comprendere l’addizione; guardando le cose da questo punto di vista si nota che dal microscopico al macroscopico tutto risponde alla medesima legge universale: materia ed energia si organizzano in configurazioni equilibrate, che fungano a loro volta da “mattoni” per un’organizzazione di ordine superiore: partendo per semplicità dalle particelle subatomiche (si potrebbe partire analogamente da elementi ancora più microscopici), formatisi poco dopo il big bang, questi si sono organizzati in atomi, i quali a loro volta formarono le molecole e, per farla breve, fino alla costituzione di pianeti e stelle, che formano galassie etc. Si nota che l’equilibrio energetico, cioè l’organizzazione per così dire  strutturale tra materia ed energia (due forme della stessa entità: la materia è infine energia “organizzata”) nei livelli superiori (più macroscopici) diviene via via più caotica ed instabile, prova del fatto che semplicemente non ha ancora trovato una forma di aggregazione più evoluta: sappiamo quanta energia sia necessaria a scindere il nucleo di un atomo, e quanta energia sia contenuta in esso in rapporto alla propria massa, sappiamo che è necessaria una certa energia per scomporre una molecola, così come è chiaro che la “destrutturazione” ad esempio di un pianeta, in rapporto alla sua massa, è ridicola; questo significa che l’entità pianeta è una forma di organizzazione di massa ed energia poco stabile, e che quindi è transitoria, poiché verrà necessariamente rimpiazzata da una struttura più evoluta: stelle e a loro volta buchi neri; perché un pianeta divenga stella è necessaria una determinata massa critica che permetta l’innescarsi di meccanismi che ingenerino una struttura più stabile (una stella può distruggere un pianeta e non viceversa), ma la stella stessa ha forti elementi di instabilità, e perché divenga più stabile deve raggiungere a sua volta una nuova massa critica che le permetta l’implosione in buco nero, entità altamente organizzata, se pur non del tutto stabile. Guardando ad esempio il sistema solare si rileva una struttura con certe fondamentali analogie ad un atomo: il nucleo sarebbe il sole, ed attorno roteano secondo orbite dettate dall’energia della stella in questione (in questo caso il sole) i pianeti, che sono di dimensioni assai inferiori al nucleo e che possono essere potenzialmente sottratti da altri sistemi (analogamente agli elettroni in rapporto al nucleo); il sistema solare ruota a sua volta intorno ad un buco nero che forma la galassia, e anche qui le analogie restano sostanzialmente immutate: un nucleo energeticamente superiore attorno al quale si muovono sistemi da esso attratti: una matrioska ricorsiva; di fatto il livello macroscopicamente maggiore attualmente noto è l’universo, che rappresenta lo schema di maggiore entità: contiene le galassie, che contengono i sistemi “stellari”, che a loro volta contengono molecole, contenenti atomi, costituiti da particelle subatomiche, etc.
La mia analisi si è ridotta al passaggio da particelle subatomiche all’universo, pur essendo ben consapevole che questi non rappresentano affatto i limiti né inferiore né superiore della realtà in cui siamo immersi: microscopicamente sono note da tempo particelle elementari, mentre macroscopicamente esporrò in un capitolo dedicato (“Poliversi”) gli elementi che costituiscono un limite superiore all’universo, che comporterebbe dissertazioni sul tempo che esulano dai propositi del capitolo; per quanto necessario all’esplicazione delle domande principali che intendo rispondere questo range è sufficiente.
Nella panoramica della “matrioska” esposta, l’uomo, e la vita, non sembrerebbero avere ruolo; invece rappresentano una forma di organizzazione di materia ed energia altamente elevata, se pur in forme ancora primitive, cioè poco evolute; vedremo inoltre come rispondono strutturalmente alle analogie fin qui rispettate. Senza ripercorrere i passi evolutivi biologici, è opportuno anche in questo caso tenere in considerazione come le forme più elementari costituiscano elementi (in questo caso organismi) più complessi; soffermandomi sulla struttura umana, voglio evidenziare come questa sia costituita da forme organiche più elementari (ad esempio, per un globulo rosso il corpo umano potrebbe essere inteso come il suo universo).
Insomma, venendo al dunque, il nostro scopo non è altro che l’evoluzione, evoluzione in forme di materia ed energia sempre più complesse, il linea con quanto avviene ovunque, ed il passo successivo a cui protendere, parallelamente all’evoluzione individuale, credo sia quello della costituzione di un organismo costituito dall’aggregazione degli individui e della natura, cioè di una sorta di società evoluta in cui il singolo sia votato all’evoluzione della società, come ad esempio i globuli rossi, bianchi, i linfociti, etc., costituiscono l’organismo umano.
La morte è necessaria altrimenti vi sarebbe un’evoluzione inefficiente, limitata: difatti rigenerandosi nuovi individui generalmente si procede per selezione di organismi più evoluti; saremo “immortali” (come è “immortale” un atomo) quando avremo raggiunto il nostro massimo stadio evolutivo: mattoni perfetti pronti a costituire le solide basi per un organismo che ci contenga. Siamo dunque esseri estremamente effimeri, transitori, e l’illusione prodotta dalla nostra mente di possedere un’anima eterna è frutto del nostro stato evolutivo relativamente limitato.

Poliversi

Conio questo nome, dall’etimologia inesatta, nell’intenzione di richiamare il concetto senza però fare confusione con i multiversi citati ad esempio nella “Freccia del tempo”, cioè il plurale non è inteso nei confronti della direzionalità del tempo, bensì della pluralità degli universi; etimologicamente sarebbe più corretto poliuniversi, oppure multiuniversi, ma sembrando un impronunciabile ossimoro ho preferito questa parola forse più digeribile. E’ un nome del tutto provvisorio, una sorta di catacresi di certo migliorabile.
Premesso ciò, passiamo al concetto, che è la cosa veramente importante: sappiamo che il tempo è relativo, cioè in funzione della massa subisce delle distorsioni; quanto voglio affermare è che ad una certa massa critica il tempo raggiunge una sorta di asintoto oltre il quale il tempo, se vogliamo, implode in un’altra dimensione spaziotemporale: secondo questa mia teoria, l’universo stesso sarebbe stato generato da un’implosione spaziotemporale avvenuta in un altro universo (in cui, se vogliamo, il nostro è contenuto, come è contenuto un numero nel campo complesso rispetto al piano reale); all’interno del nostro universo non va escluso che avvengano (non posso affermarlo con certezza poiché non so se venga raggiunta la massa critica che scateni l’implosione), probabilmente già nei buchi neri (o al massimo da un buco nero che raggiunga la massa critica necessaria), alcune generazioni di “subuniversi” (o subversi se vogliamo mantenere una dicitura coerente al capitolo) all’interno del quale in un tempo limitato rispetto al nostro “livello universale” si sviluppi un subverso a sé stante, con coordinate temporali proprie e la cui “vita” potrebbe “consumarsi” in un tempo che sarebbe da noi percepito come assai limitato, forse istantaneo, mentre al suo interno si sarebbero potute generare, ad esempio, forme organiche anche ben più evolute della nostra. Ricollegandomi alla “matrioska”, ovvero all’incapsulamento ricorsivo, che a questo punto definirei come “incapsulamento dimensionale ricorsivo”, questo rappresenterebbe il livello superiore all’universo: universo contenente altri universi e contenuto da altri ancora.

martedì 4 gennaio 2011

Estensione degli ambiti di applicazione della circonvenzione di incapace

Per tale estensione sarebbe forse opportuno parlare semplicemente di circonvenzione per non ledere l'autostima delle vittime. Reputo che l'"incapacità", oggi intesa come circoscritta a soggetti con limitate capacità cognitive, dovrebbe essere relativizzata, ovvero considerata in funzione al contesto nel quale si applica l'opera di persuasione: in breve, penso che, ad esempio, le cognizioni di un uomo non addetto ai lavori in materia di dentifrici siano tali da rendelo facilmente preda di un pubblicitario che gli voglia vendere un prodotto di pessima qualità, in quanto si può senza difficoltà affidare alla non colpevole ignoranza del potenziale cliente riguardo all'effetiva qualità del prodotto; in un mondo che offre una sconfinata gamma di prodotti il cui valore qualitativo è effettivamente misurabile solo da un esperto, il consumatore è in balìa del mercato, non certo di per sè sensibile a mostrare i lati scadenti di ciò che offre, e non gli vengono forniti strumenti per difendersi in tal senso, a parte debolissime autority per altro spesso corrotte; sarebbe opportuno dunque stabilire più rigidi meccanismi di controllo sulle forme di persuasione adottate da pubblicitari e commercianti in genere, e soprattutto istituire dei cataloghi facilmente accessibili redatti da gruppi di esperti super partes che ne documentino gli standard qualitativi.

sabato 1 gennaio 2011

Demeritocrazia

Con questo termine (demeritocrazia) vorrei rettificare la definizione conferita al sistema attuale (ovvero al capitalismo vigente); viene comunemente definito meritocratico in quanto non appiana le differenze ma premia alcuni a discapito di altri, e questo è palese, e concordo con il fatto che valorizzare le differenze sia una molla necessaria ad un sano sviluppo; il problema è il metodo con il quale vengono stabiliti i "premi": a mio avviso non è sufficiente parlare di meritocrazia laddove vi sia una differenziazione, ma sarebbe opportuno considerare quali qualità vengono premiate, e se queste corrispondono a qualcosa volto ad un migliore sviluppo della condizione umana; ritengo che il capitalismo (almeno nella forma attuale) non risponda a questa prerogativa sotto diversi aspetti fondamentali in quanto è per sua natura individualista e questo è in conflitto con il "sano sviluppo" volto al "miglioramento della condizione umana" sopra citati; i fatti lo dimostrano: la selezione porta sempre più in alto individui senza scrupoli ai quali poco o nulla interessa uno sviluppo generale, e i più validi (almeno secondo i parametri che io intendo validi al fine di un "sano sviluppo") arrancano perché faticano ad adeguarsi a questi barbari meccanismi di selezione. Anzitutto definirei il fine di un sistema veramente meritocratico, per poi argomentare come il sistema vigente non risponda a quest'esigenza. La natura impone in principio un meccanismo di selezione "individualista", cioè fa si che sopravviva e si riproduca l'"individuo" più adeguato alla sopravvivenza; ad un certo grado di evoluzione dovrebbe subentrare però una rivalutazione dell'"individuo" in un ambito più ampio: nel nostro caso parliamo di una società di individui, e i tempi per quanto ci riguarda dovrebbero essere maturi per considerarci in questa fase; posto che lo sviluppo dei singoli individui non è uniforme, è opportuno che permanga un meccanismo interno alla società di selezione per mantenere un progresso evolutivo dell'individuo stesso, ma subordinato allo sviluppo della società; va dunque presa coscienza del fatto che la forma più in alta di "individuo" che dovremmo tendere ad esprimere è una collettività di individui vista anch'essa come un organismo, e la tutela di un sano sviluppo di quest'ultimo dovrebbe essere la prerogativa principale dei nostri intenti; laddove un meccanismo interno ad una società premia un singolo componente a discapito dello sviluppo generale della società stessa, qui vi è un meccanismo malato, e questo è il caso della nostra società; difatti nella concorrenza spietata che domina il nostro sistema, ad esempio danneggiare gli avversari ha lo stesso risultato che migliorare sè stessi, e questo rende un pessimo servizio alla collettività; inoltre una così cieca valorizzazione dell'individuo fa si che coloro i quali sono disposti a calpestare gli altri pur di emergere scàlino i gradini della società più facilmente di quanto non sia possibile a chi ha rispetto degli altri, e questo è gravissimo poiché pone ai vertici individui senza scrupoli e con intenti estranei, e contrari, allo sviluppo generale, che dunque si sforzano, dalla posizione di dominio ottenuta, di mantenere vivi i meccanismi che li hanno portati vertici e che li fanno rimanere, alimentando un circolo vizioso dannoso per la società. Già prendere atto che siamo in un regime di demeritocrazia (non assoluta ma presente in importanti ambiti del sistema) sarebbe un passo avanti, poiché non si può curare un male che non si sa di avere. In quanto alla sua cura, non mi addentrerò qui nelle possibili soluzioni che proporrei perché richiedono la trattazione di altre introduzioni (a seconda di un approccio radicale o progressista) ampie e che temo scoraggerebbero la lettura del presente post per la dimensione che questo assumerebbe.

sabato 27 novembre 2010

Telerincoglioniti: analisi di un medio generico e ritratto di un medioman e di una mediogirl

Da sempre la massa si è caratterizzata per l'assenza di idee proprie e per aderire come pecore al modello imposto dal potere dominante nel contesto in cui cresce; evidentemente aspettarsi uno sviluppo autonomo delle coscienze della maggior parte delle persone è poco realistico; ciononostante cercherò di esaminare i nostri "medi generici" cercando di metterli a nudo per spronarli infine ad una rivalutazione dei propri valori, o per lo meno ad una sensibilizzazione dell'autocoscienza.
 Oggi l'educazione è sempre più demandata alla televisione, e questa serve diligentemente il consumismo dominante; dunque i nostri "medi generici" sono fortemente caratterizzati da un sistema di "valori" fortemente materiali, con un pizzico di retorica cattolica retaggio di un passato che ci portiamo dietro ormai da millenni; dico retorica poiché dei valori cristiani del cattolicesimo rimane più che altro la retorica di facciata, anche se con qualche residuo sostanziale (tra i quali certi aspetti tra i più retrogradi). Procedo dunque con l'analisi dei tratti comuni del "medio generico" per addentrarmi poi negli identikit del "medioman" e della "mediogirl" per sottolineare le peculiarietà che distinguono i tratti che assecondano la natura di questi.
  Il medio generico cura l'apparenza come se fosse l'essenza più profonda delle cose, l'immagine di sè, e soprattutto dei propri averi, è metro di giudizio per mostrarsi agli altri, e giudica gli altri in base agli stessi elementi; quindi è importantissimo ad esempio l'abito, l'acconciatura, il cellulare, il mezzo di trasporto (soprattutto l'automobile), la scelta ma soprattutto l'arredo della casa, con priorità leggermente diverse a seconda del sesso; anche aspetti quali i locali che si frequentano e la mèta delle vacanze è fortemente influenzata dall'opinione che suscita sul prossimo, su quanto testimoni l'abbienza dell'individuo. Si potrebbe continuare a lungo sulla dissertazione ma mi limito ai tratti fondamentali poiché sufficienti ad inquadrare i soggetti in questione.
 Il medioman si distingue principalmente per l'attenzione all'automobile, i possedimenti in genere, per la posizione lavorativa e per la quantità e la qualità delle conquiste in campo "amoroso" che può vantare; infatti le donne sedotte sono trofei da esibire e grazie alle quali vantarsi del proprio successo.
 La mediogirl invece conduce un'esistenza al servizio della propria estetica, passa il tempo e concentra i propri interessi alla cura dell'immagine esteriore propria e dei propri averi, al fine di accaparrarsi un "buon partito", da esibire a sua volta, in un connubio di reciproci interessi che li lega al medioman e a tutti i medi generici.
 In conclusione, affermo che la dedizione imperante a questi aspetti superficiali della vita è funzionale più all'asservimento ad un sistema che vuole la massa ai piedi del consumo che alla realizzazione dellì'individuo, e mi piacerebbe che ci si concentrasse un po' meno su queste sciocchezze per rivalutare l'essenza delle cose, per rendersi conto che la vita è una e che ci sono troppe cose veramente importanti che si notano se non ci si prostra al modello che viene inculcato dall'infanzia (quest'aspetto merita un'argomento dedicato) e che quindi i propri sforzi è meglio concentrarli su avere un mezzo di trasporto anzitutto funzionale, un'arredo prima di tutto pratico, per frequentazioni di locali e persone che ci rendano più capaci a conoscere e capire il mondo, per fare una vacanza che ci lasci l'animo arricchito, e insomma che ci si dedichi alla vera essenza dell'essenza più profonda ed ampia possibile della realtà in cui siamo che avrebbe moltissimo da offrire ad occhi che riescano a percepirla.

mercoledì 24 novembre 2010

Contro apparenza - Pro sostanza

C'è un perverso meccanismo responsabile di tanti mali che viene pesantemente sottovalutato: la forte valorizzazione dell'apparenza a discapito della sostanza delle cose. Questa realtà è presente su tutti i livelli: a partire dalla semplice cura della persona fino ad arrivare agli aspetti della cultura più astratta, passando dunque attraverso le questioni più disparate, ovvero su come costruiamo ed organizziamo le città in cui viviamo, nella gestione dell'ambiente in genere, nell'affidare la gestione ad un'organizzazione piuttosto che ad un'altra, etc; insomma oggi è più importante ciò che appare rispetto a ciò che è; un esempio particolarmente stridente di questo conflitto è negli ambienti cosìdetti radical-chic (che già in sè suona come un ossimoro): in questi ambienti si deve avere cura di apparire sostanziali (!!), si deve essere superficialmente profondi (!!!), ma di fatto profondamente superficiali; di fatto se poi si è sostanziali o meno poco importa, anzi, distrarre la cura di queste apparenze con l'attenzione alla sostanza risulta spesso fastidioso; ma questo è un caso limite, e non vorrei focalizzare l'attenzione su di uno solo dei tanti aspetti di questa assurda questione. Pretendere che ognuno afferri l'essenza profonda delle cose è (almeno ad oggi) utopico, ma eleverei l'attenzione generale ad un fatto: fingere di essere qualcosa che non si è dovrebbe risultare umiliante, mentre ad oggi cercare di apparire in una certa maniera è di fatto più importante che esserlo; è necessario sovvertire questo principio insano poiché è sfruttato dalle menti più fini per abbindolare le masse in ogni modo, con le conseguenze drammatiche che stanno sotto gli occhi di chi riesce a vedere oltre ai siparietti che ci mostrano... continua...

Coesione sociale: controvertiamo l'individualismo che avanza

In questi tempi l'individualismo domina ed aumenta la sua forza nella "coscienza" (si fa per dire) delle masse; il sistema ci spinge ad occuparci dei nostri interessi, anche se a discapito di quelli altrui: una guerra tra poveri nella quale ci rimettiamo tutti, tranne chi sta ai vertici della piramide, conscio che aumentare le distanze tra gli individui agevola l'assoggettamento dei piani inferiori ai propri interessi. E' molto importante invece risvegliare la consapevolezza tra la gente che l'interesse reciproco è una forza necessaria al progresso e che senza questa la regressione che viviamo, l'aumento del divario sociale, la perdita di diritti conquistati a fatica, etc, continueranno inesorabilmente. E' drammatico come stiamo retrocedendo in tal senso, la stragrande maggioranza delle persone trova un nemico in una fazione paritetica a seconda di discriminazioni di carattere superficiale: sembra che viviamo un campionato di calcio, dove chi tiene ad una squadra (aprioristicamente) odia le altre per futili motivi; infatti le divisioni si alimentano per la dislocazione geografica, oppure per la razza di origine, o ancora per la fede religiosa, etc, dimenticando di contestualizzare eventuali diatribe al campo che dovrebbero spettargli ed estendendole invece alle più alte questioni; ormai ci si affilia ad un partito politico come un tifoso tiene ad una squadra di calcio, ed operai che tengono a tal partito vanno contro a quelli di tal'altro, nonostante di fondo abbiano gli stessi interessi, e così via... Se l'operaio (ad esempio, ma è indifferente se parliamo di un impiegato, etc) si rendesse conto che quello che combatte è una persona nelle stesse sue condizioni al di là delle suddette questioni di scarsa rilevanza, già sarebbe un gran passo avanti. Un grandissimo passo avanti sarebbe (ma ne siamo veramente lontani) che l'operaio si preoccupasse dei problemi degli imprenditori, come gli imprenditori si preoccupassero dei problemi dei loro dipendenti, fino a considerare l'altro come una persona al di là del ruolo che ricopre e senza anteporre i propri interessi a quelli degli altri; può sembrare un discorso retorico, ma è tanto vero che è banale, eppure viene disatteso quotidianamente dalle direttive che provengono dalle varie istituzioni in teoria preposte alla tutela di questo principio trasversale. Infatti ad esempio Confindustria spinge per ottenere maggiori profitti a discapito dei dipendenti, e i sindacati spingono nel verso opposto senza porsi il problema della controparte; anche qui si gioca una partita di interessi contrapposti, mentre l'interesse dovrebbe essere invece comune. E' una tristissima illusione quella di credere che la somma di interessi contrapposti porta ad un equilibrio per il bene comune: la cooperazioni di diverse componenti volte alla tutela di quest'ultimo sarebbe molto più funzionale. La forza maggiore che contrasta questo principio viene dall'alto, perché i vertici, nel breve e medio termine sono quelli che traggono vantaggi personali da questo stato di cose, e il loro potere gli permette di influenzare i "piani inferiori" per convincerli che è anche loro interesse. Difatti sarebbe opportuno che si infonda nuovamente (come stava accadendo in Occidente negli anni '60) negli strati intermedi della società la consapevolezza dell'importanza della reciproca considerazione al fine di contagiare gli altri strati della società. Bisogna a tal fine smascherare e combattere le forze oscure alla maggioranza che si impegnano consapevolmente alla demolizione di questa consapevolezza. Non mi dilungo nel presente testo ad entrare nel merito della natura di queste poiché l'argomento merita un approfondimento dedicato. Si devono inoltre riscoprire quei valori fondamentali che reggono un sano sviluppo sociale perché quest'oblio non si ripresenti... continua...

venerdì 19 novembre 2010

Riforma carceraria: da scuola di crimine a recupero sociale

 Sono scosso da una recente esperienza che mi ha sollecitato la stesura del presente post: ho visto da molto vicino la condizione carceraria e ciò mi impone la pubblicazione del mio pensiero in merito nella speranza che venga in qualche modo ascoltato dalle istituzioni preposte alla sua gestione.
 E' opportuno partire da una cosiderazione sulla situazione attuale per evidenziarne i limiti al fine di proporne una soluzione; ad oggi colui il quale commette un reato finisce in una struttura degradante dove il recupero è apparentemente (e a mio avviso sostanzialmente) l'ultimo dei propositi; anzitutto il fatto di essere messi insieme a soli criminali ha la funzione di consolidare e far evolvere la coscienza criminale del soggetto che vi finisce, dato che i principali interlocutori sono di tale estrazione; inoltre le condizioni in cui vengono posti aumenta il disagio e di conseguenza alimenta la parte peggiore dell'individuo, costretto, anche quando non predisposto per natura, a tirare fuori il peggio di sè per sopravvivere in una selezione verso il basso; le guardie carcerarie, in virtù di una formazione evidentemente insensibile al recupero del detenuto, non aiutano certo il recupero auspicato da una coscienza di buon senso. Attualmente chi entra in carcere ha alte probabilità di aumentare la propria inclinazione criminale sia perché "formato" all'interno del carcere, sia perché una volta uscito il reinserimento nella vita sociale legale è compromesso dalla macchia indelebile del proprio passato. Va premesso che è importante il recupero tanto quanto la funzione punitiva alla quale assolve la pena; va sottolineato inoltre che la pena andrebbe commisurata al danno sociale inflitto dal crimine commesso: anche questo concetto mi pare talvolta trascurato dalle norme attuali. Rivedrei dunque sotto questa luce le misure coercitive con le quali esercitare deterrenza, recupero, ed introdurre anche un recupero sotto l'aspetto del danno sociale inflitto col crimine commesso. E' opportuno iniziare con una rivalutazione delle pene di modo da commisurarle, come anticipato, al danno sociale inflitto; ritengo poi che la formula ideale (o per lo meno che migliorerebbe di molto la forma attuale) consisterebbe nel sostituire l'attuale detenzione con l'obbligo di lavorare per ripagare ampiamente ai danni inflitti alla società col proprio crimine; ne gioverebbe la società e chi ha commesso il crimine, che sarebbe poi naturalmente reintrodotto nella legalità nel momento in cui finisse di pagare per il proprio reato.

giovedì 18 novembre 2010

Riformare il sistema elettorale: democrazia "ponderata"

Premetto che credo che il sistema attuale, in generale, al di là del sistema elettorale, vada riformato, anzi rivoluzionato; consapevole del fatto che i tempi non sono maturi per una rivoluzione, propongo almeno questa riforma per migliorare la situazione attuale.
 Ad oggi chiunque, sia esso analfabeta o un premio Nobel, ha diritto al voto, giustamente; è una conquista civile chiamata "suffragio universale"; infatti fino a non troppo tempo fa per esempio le donne non potevano votare; non credo comunque che questo sia il migliore strumento democratico possibile: nel momento in cui ci illudessimo di aver raggiunto una qualche forma di perfezione su temi così complessi, penso che questo corrisponderebbe semplicemente ad un arresto del progresso sul tema in questione. Propongo dunque una miglioria del suffragio universale come oggi concepito con la consapevolezza di non raggiungere certo la perfezione, ma di fare un passo avanti sperando che sia spunto per farne tanti altri: insomma per progredire rispetto alla stasi che domina da troppo tempo.
 Premetto che il fine ultimo della politica dovrebbe essere (sembra che talvolta ci sia una certa distrazione in merito) il bene del popolo, e ardisco a dire, nei limiti da prendere oggi in considerazione, del mondo intero, compreso dunque l'ambiente, che peraltro è in stretta relazione, nel lungo termine, col bene del popolo stesso.
 Intendo con democrazia "ponderata" il concetto di conferire a ciascun votante un "peso", inizialmente uguale per tutti, e variabile via via nel percorso di vita di ognuno. A titolo di esempio, supponiamo che ad un soggetto venga assegnato un premio Nobel per la pace, reputo dunque che sarebbe opportuno che il peso del voto di questo soggetto subisca un incremento; supponiamo invece che un tale si macchi di orrendi crimini, credo sia giusto che il suo voto subisca invece un decremento. Propongo inoltre dei periodici test facoltativi atti a valutare le sensibilità e capacità dell'individuo nei confronti delle tematiche sensibili al progresso del benessere sociale come inteso in precedenza; questi sono molto delicati e devono limitarsi di modo da non introdurre in alcun modo degli elementi viziati da qualsivoglia orientamento particolare. Come premesso il fine ultimo è la tutela del benessere sociale, e quindi è vantaggioso per tutti che chi dimostri una maggiore sensibilità e/o capacità nella tutela di questo abbia maggior voce nelle decisioni che la riguardano. Il concetto di base è piuttosto semplice e si esaurisce nelle poche righe sopra esposte, in quanto segue entrerò invece nei dettagli di come articolare in pratica il discorso, senza la pretesa che l'implementazione che propongo sia la migliore possibile, anzi, con la sicurezza che sia ampiamente migliorabile, e qui spero nel contributo di eventuali commenti che aiutino in tal senso.
 Poniamo dunque che ciascuno parta, alla nascita, con il "peso" 1; già nell'arco del suo percorso di studi, in base alla quantità ed alla qualità dei risultati ottenuti il suo peso subirà delle variazioni; in relazione alla quantità, nel senso che se uno raggiungesse ad esempio una laurea accumulerà più "peso" di uno che raggiunga solo le medie superiori, a parità di risultati; in quanto alla qualità, chi ottenesse voti più alti raggiungerebbe più "peso" di un altro con voti inferiori, a parità di percorso scolastico; inoltre, differenti piani di studi sarebbe corretto che avessero differenti coefficienti in funzione della loro vocazione nella formazione di una coscienza sociale, ovvero mi aspetterei che un percorso prettamente tecnico o professionale abbia un coefficiente inferiore ad uno umanistico; la promozione comporterà un incremento e la bocciatura un decremento; particolari meriti o demeriti comporterebbero anch'essi variazioni, l'importante è che si tenga sempre conto del valore volto alla formazione di una coscienza sociale, ovvero, per esempio, i meriti sportivi non vedo come potrebbero contribuire in tal senso. Non mi addentrerò oltre nell'esposizione dell'implementazione che proporrei poiché vorrei focalizzare l'attenzione sul concetto di base.